Senso di colpa

La stessa scena si ripete tutte le volte, tutte! Parcheggio, cammino verso il negozio di animali con le grosse vetrine tutt’intorno che non lasciano immaginare nulla, le stesse vetrine enormi dell’esercizio pubblico che c’è di fronte, un bar stuzzicheria con tavoli sempre occupati ad ogni ora del giorno.
Al centro, tra le due vetrine c’è Lui, un ragazzo con un accento diverso dal mio, con un vecchio piumino sgualcito ed il cappuccio della felpa grigia sulla testa, sempre la stessa. Un secondo prima che io entri nel negozio mi dice sempre “Buongiorno Signora” oppure buonasera, a seconda che io ci vada prima o dopo il lavoro. Non lo dice solo a me, ma lo dice sempre come se in quelle due parole ci fosse sempre una supplica, come per dire “guarda sono qua, quando esci, se puoi!”. Ed io entro nel negozio di animali, scelgo la migliore scatoletta di pesce per il mio gatto, le migliori, guardo gli ingredienti perché il mio gatto si merita di mangiare il meglio, compro la lettiera, perché ogni settimana deve averla pulita e disinfettata, le crocchette? Le migliori ovviamente, tratto il mio gatto come fossi me stessa, gli offro il meglio. Arrivo alla cassa, col mio cestino pieno di cose per il mio gatto, riempio il sacchetto, alla cassa, che da sull’esterno, sulle vetrine dell’esercizio pubblico pieno di gente che magia, parla, ride, mangia, beve, mangia, e lui è sempre lì fuori, senti il suo sguardo addosso, dall’esterno, perché anche lui da lì fuori vede tutto, il mio sacchetto pieno, la mia lettiera, le persone al bar che mangiano, bevono, al caldo, e lui ha solo una frase, con voce supplicante, che ti saluta all’entrata e ti saluta all’uscita, sperando sempre che qualcuno possa fare a meno dei miseri spiccioli fastidiosi che ti danno come resto alle casse, le casse che si vedono dalle vetrine enormi. Ed io mi sento in colpa, sempre, ogni volta che spendo soldi per il mio gatto, e penso che non sia giusto, né per me ne per lui, e vedo fuori dal negozio quel ragazzo che non ha niente, che chiede alla gente di essere umana, che ogni volta si chiederà se la sua vita valga meno di quella di un animale domestico a cui non manca nulla, mentre lui ha solo la sua voce, il suo sguardo fisso sulle casse e la dignità in tasca. Perché io ci penserei se fossi là fuori al suo posto, guardando le vetrine enormi di quegli esercizi pubblici, dove animali e persone mangiano, bevono, sono al caldo ed hanno già tutto. Ed io mi sento in colpa, anche se non ho colpa, e così ascolto la sua supplica silenziosa e così le sue parole diventano quattro:”Buongiorno Signora” e “grazie, grazie!”, perché almeno un panino o un caffè, così, se lo può mangiare anche lui. E così mi sento meglio e mi sento meno in colpa, in colpa per una colpa che non ho, mi sento meno in colpa, perché in fondo non ho colpa per essere nata più fortunata.

Serena Galli
(Foto dal web)